quell’uomo mi guarda. Ha gli occhi di ghiaccio e parla una lingua che non conosco. Le mani, le mani sono rugose e toccano le pagine del libro che ha scritto. Legge. Piano. Mi devo quasi sforzare per cercare di capire cosa sta dicendo. Parla in inglese, una lingua che non mastica bene. Le parole gli si impastano in bocca, gli accenti inciampano in continuazione sul palato duro e secco. Lo guardano tutti ma lui ha occhi solo per me ed io me lo mangio. Gli lecco le parole che escono agli angoli della bocca, mi infilo tra i suoi capelli, gli mordo le unghie. Pulisco quella macchia di inchiostro nero, ben visibile sul pollice.
La lettura è finita. Sono sola ma non mi alzo. Resto bloccata sulla sedia, in un teatro invernale dalle sedie di velluto rosso sperando che lui esca, si affacci nuovamente, apra di nuovo il sipario.
Sento una mano sulla spalla, e un sussurro all’orecchio. Labbra secche mi sfiorano i lobi. Mi alzo, lo seguo. Mi accompagna sul palco dal quale ha parlato, mi porta dietro il leggio per poi spalancare le pesanti tende del sipario. Sparisco.